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Lettera da Detroit di Lucio Pozzi,  Maggio 2007

«Jef Bourgeau: MONA d’Invenzione»
 

   HATRACK, 1991

Detroit è la città dove i sindacati dei lavoratori delle fabbriche automobilistiche anni fa comprarono le aziende di trasporti pubblici per mandarle in bancarotta e così far aumentare gli investimenti in tutte le strutture legate all’automobile. Il giorno dopo Halloween, tradizionale celebrazione carnevalesca dell’autunno, del sesso, degli eccessi e della morte, a Detroit si contano quante case sono state messe a fuoco dagli incendiari. La notte è saturata dal cantico delle sirene dei pompieri e al mattino si vedono e respirano dappertutto le fumate acride dei falò, come se fosse caduta una pioggia di bombe. Si fanno fuori proprietà abbandonate o che ancora valgono quattro soldi di assicurazione. A volte si ammazzano bambini e adulti, per vendetta o per divertimento. L’anno scorso furono arse 159 case. La città  è disanimata da grandi spiazzi vuoti sui quali nessuno costruice più.

            E’ proprio lì dentro e nei dintorni che negli anni sessanta nacque Motown, mitica casa discografica ch edefinì un’intera generazione di musica degli afroamericani. E’ lì che si tiene ogni anno la piu ricca riunione di musica elettronica ed è anche da Detroit che partono cantautori di fama come Eminem.

In uno dei sobborghi meno abbienti, Pontiac, c’è il Museum of New Art. Esso è un’opera d’arte di Jef Bourgeau, uno di quegli artisti che tentano a tutti i costi di uscire dalla morsa soffocante del mondo dell’arte internazionale mentre anche lottano per sostenere l’arte in territorio nemico. Dopo aver esposto nelle grandi città americane, molti anni fa egli decise che la sua azione era più necessaria nella città natale. Il MoNA (lontano da Venezia, a Bourgeau non importa il significato del suo acronimo in italiano) è un’avventura di collaborazione e resistenza eroica nelle avversità. Pittore affascinato dal teatro, si ritrovò ad essere fra i primi a combinare i due interessi in installazioni che contenevano video nascosti e mimetizzati  dentro di esse.

Una delle prime opere esposte da questo artista di antica famiglia franco-canadese fu la costruzione in una galleria  d’arte di una galleria d’arte in costruzione. Nella stanza accanto compose invece una galleria in fin di vita, con quadri rotti, resti di arte non più di moda, muri invecchiati dalle esposizioni. La mostra fu presentata da un manifesto per il Futurismo Anacronistico scritto da Cesar Marzetti e da una stroncatura scritta da  un’altro scrittore, ambedue inesistenti.  In essa sedeva una ragazza assorta nella lettura di rivistine adolescenti, incaricata di non rispondere mai a nessuno, seduta davanti ad una teca con oggetti artistici in vendita ma non vendibili.

Da allora il tema della sua opera è l’arte, come essa si rappresenta nel conflitto fra creatività e disseminazione e come si può estendere fino all’attivismo politico. Fare arte dell’arte può ispirare sia forme e colori quanto azioni provocatorie. Nei primi tempi Bourgeau elegantizza i misteri e le guerre estetiche e sociali in opere assemblate nelle quali mischia qualsiasi materiale gli capiti in mano e nelle quali include se necessario anche parole. Ora usa soprattutto la fotografia, un mezzo, dice, immediato che ci fa vedere le torri gemelle o la prigione di Abu Ghraib e, naturalmente, usa anche il suo museo come materiale d’arte.

Come gli artisti concettuali di là della frontiera Canadese, di là del fiume che a Detroit separa le due nazioni, è impaziente con le disquisizioni circa la bellezza ed il progresso in arte e preferisce invece toccare di stiletto i punti nevralgici del conformismo. Un giorno Bourgeau fonda un’altro museo, il Museo Contemporaneo. Marzetti viene richiamato col suo manifesto. Il bilancio è garantito dalla fondazione di Jane Speaks, proprietaria della galleria che porta il suo nome. Bourgeau paga una bella ed elegante attrice con accento francese per recitarne la parte. Le gallerie d’arte dei sobborghi ricchi di Detroit, che vendono l’arte che va di moda a New York, se la coccolano e contendono. Poi l’immaginaria Jane vien fatta morire, Jef pubblica un necrologio e tutti sono tristi.

Oltre competentissime, seriamente curate,  esposizioni di artisti internazionali , il MoNA ha anche presentato mostre come le inedite foto di Picasso o un miracolosamente ritrovato video di Warhol. Tutto inventato. Nella lista di nomi fittizi c’è anche Jef Bourgeau. Un punk, Billy Conklin, il preferito degli inesistenti,  manda documentari sulle bombe nella metropolitana di Londra. Se guardate sull’Intenet forse lo troverete. Questa abitudine di Bourgeau, di imitare gli stili di altri, è non solo un’appropriazione ‘debita’ e una maniera di produrre opere di valore estetico, ma anche di calcare il dubbio sui dubbiosi punti di riferimento ai quali ci riferiamo per confermare i valori dell’arte. Producendo falsi - non copie ma ‘alla maniera di’ - l’artista richiama lo spettatore ad esercitare il proprio sguardo creativo invece di affidarsi all’autentica di esperti.

Poi il mondicino dell’arte anche da solo si picchia la zappa sui piedi e Bourgeau ne impara subito la lezione. Nel 2000, dopo che una mostra di Robert Mapplethorpe era stata chiusa a causa di attacchi  da parte del senatore Jesse Helms, probabilmente come gesto di protesta e buona volontà Jef viene invitato a fareuna mostra sulla censura, al Detroit Institute of Art, unodei più importanti musei americani. Ci mette molte opere erotice. La polizia lucchetta la mostra perchè una riproduzione del quadro di Courbet “L’origine del mondo” che rappresenta un pube femminile a gambe aperte, potrebbe offendere la gente. Dopo qualche giorno il direttore del museo, impaurito dallo scandalo, chiude la mostra.  Fu allora che Bourgeau fondò il MoNA. Con fortune alterne e boicottato dai poteri, il suo museo si sposta dovunque c’è spazio. Ora ha una sede a Pontiac. Permanentemente senza soldi, l’artista vende le proprie opere per pagare le spese ed è aiutato da gente come Jan van der Marck , il grande storico ora in pensione, che fu direttore di musei in tutt’America, e da alcuni altri pochi collezionisti. Senza  peli sulla lingua Jeff esprime la sua rabbia perchè la gente lo tratta come un paria, ma intanto prepara imperterrito una retrospettiva  della sua arte. Mi chiedo come presenterà in essa il MoNA, che è un’opera in sè.

E poi in un mondo dell’arte freneticamente alla caccia della novità artificiale e prevista, cos’è vero e cos’è falso, cos’è vecchio e cos’è nuovo?