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HATRACK, 1991
Detroit è la città dove i sindacati dei
lavoratori delle fabbriche automobilistiche anni fa comprarono le aziende di
trasporti pubblici per mandarle in bancarotta e così far aumentare gli
investimenti in tutte le strutture legate all’automobile. Il giorno dopo
Halloween, tradizionale celebrazione carnevalesca dell’autunno, del sesso,
degli eccessi e della morte, a Detroit si contano quante case sono state
messe a fuoco dagli incendiari. La notte è saturata dal cantico delle sirene
dei pompieri e al mattino si vedono e respirano dappertutto le fumate acride
dei falò, come se fosse caduta una pioggia di bombe. Si fanno fuori
proprietà abbandonate o che ancora valgono quattro soldi di assicurazione. A
volte si ammazzano bambini e adulti, per vendetta o per divertimento. L’anno
scorso furono arse 159 case. La città è disanimata da grandi spiazzi vuoti
sui quali nessuno costruice più.
E’ proprio
lì dentro e nei dintorni che negli anni sessanta nacque Motown, mitica casa
discografica ch edefinì un’intera generazione di musica degli afroamericani.
E’ lì che si tiene ogni anno la piu ricca riunione di musica elettronica ed
è anche da Detroit che partono cantautori di fama come Eminem.
In uno dei sobborghi meno abbienti, Pontiac,
c’è il Museum of New Art. Esso è un’opera d’arte di Jef Bourgeau, uno di
quegli artisti che tentano a tutti i costi di uscire dalla morsa soffocante
del mondo dell’arte internazionale mentre anche lottano per sostenere l’arte
in territorio nemico. Dopo aver esposto nelle grandi città americane, molti
anni fa egli decise che la sua azione era più necessaria nella città natale.
Il MoNA (lontano da Venezia, a Bourgeau non importa il significato del suo
acronimo in italiano) è un’avventura di collaborazione e resistenza eroica
nelle avversità. Pittore affascinato dal teatro, si ritrovò ad essere fra i
primi a combinare i due interessi in installazioni che contenevano video
nascosti e mimetizzati dentro di esse.
Una delle prime opere esposte da questo
artista di antica famiglia franco-canadese fu la costruzione in una
galleria d’arte di una galleria d’arte in costruzione. Nella stanza accanto
compose invece una galleria in fin di vita, con quadri rotti, resti di arte
non più di moda, muri invecchiati dalle esposizioni. La mostra fu presentata
da un manifesto per il Futurismo Anacronistico scritto da Cesar Marzetti e
da una stroncatura scritta da un’altro scrittore, ambedue inesistenti. In
essa sedeva una ragazza assorta nella lettura di rivistine adolescenti,
incaricata di non rispondere mai a nessuno, seduta davanti ad una teca con
oggetti artistici in vendita ma non vendibili.
Da allora il tema della sua opera è l’arte,
come essa si rappresenta nel conflitto fra creatività e disseminazione e
come si può estendere fino all’attivismo politico. Fare arte dell’arte può
ispirare sia forme e colori quanto azioni provocatorie. Nei primi tempi
Bourgeau elegantizza i misteri e le guerre estetiche e sociali in opere
assemblate nelle quali mischia qualsiasi materiale gli capiti in mano e
nelle quali include se necessario anche parole. Ora usa soprattutto la
fotografia, un mezzo, dice, immediato che ci fa vedere le torri gemelle o la
prigione di Abu Ghraib e, naturalmente, usa anche il suo museo come
materiale d’arte.
Come gli artisti concettuali di là della
frontiera Canadese, di là del fiume che a Detroit separa le due nazioni, è
impaziente con le disquisizioni circa la bellezza ed il progresso in arte e
preferisce invece toccare di stiletto i punti nevralgici del conformismo. Un
giorno Bourgeau fonda un’altro museo, il Museo Contemporaneo. Marzetti viene
richiamato col suo manifesto. Il bilancio è garantito dalla fondazione di
Jane Speaks, proprietaria della galleria che porta il suo nome. Bourgeau
paga una bella ed elegante attrice con accento francese per recitarne la
parte. Le gallerie d’arte dei sobborghi ricchi di Detroit, che vendono
l’arte che va di moda a New York, se la coccolano e contendono. Poi
l’immaginaria Jane vien fatta morire, Jef pubblica un necrologio e tutti
sono tristi.
Oltre competentissime, seriamente curate,
esposizioni di artisti internazionali , il MoNA ha anche presentato mostre
come le inedite foto di Picasso o un miracolosamente ritrovato video di
Warhol. Tutto inventato. Nella lista di nomi fittizi c’è anche Jef Bourgeau.
Un punk, Billy Conklin, il preferito degli inesistenti, manda documentari
sulle bombe nella metropolitana di Londra. Se guardate sull’Intenet forse lo
troverete. Questa abitudine di Bourgeau, di imitare gli stili di altri, è
non solo un’appropriazione ‘debita’ e una maniera di produrre opere di
valore estetico, ma anche di calcare il dubbio sui dubbiosi punti di
riferimento ai quali ci riferiamo per confermare i valori dell’arte.
Producendo falsi - non copie ma ‘alla maniera di’ - l’artista richiama lo
spettatore ad esercitare il proprio sguardo creativo invece di affidarsi
all’autentica di esperti.
Poi il mondicino dell’arte anche da solo si
picchia la zappa sui piedi e Bourgeau ne impara subito la lezione. Nel 2000,
dopo che una mostra di Robert Mapplethorpe era stata chiusa a causa di
attacchi da parte del senatore Jesse Helms, probabilmente come gesto di
protesta e buona volontà Jef viene invitato a fareuna mostra sulla censura,
al Detroit Institute of Art, unodei più importanti musei americani. Ci mette
molte opere erotice. La polizia lucchetta la mostra perchè una riproduzione
del quadro di Courbet “L’origine del mondo” che rappresenta un pube
femminile a gambe aperte, potrebbe offendere la gente. Dopo qualche giorno
il direttore del museo, impaurito dallo scandalo, chiude la mostra. Fu
allora che Bourgeau fondò il MoNA. Con fortune alterne e boicottato dai
poteri, il suo museo si sposta dovunque c’è spazio. Ora ha una sede a
Pontiac. Permanentemente senza soldi, l’artista vende le proprie opere per
pagare le spese ed è aiutato da gente come Jan van der Marck , il grande
storico ora in pensione, che fu direttore di musei in tutt’America, e da
alcuni altri pochi collezionisti. Senza peli sulla lingua Jeff esprime la
sua rabbia perchè la gente lo tratta come un paria, ma intanto prepara
imperterrito una retrospettiva della sua arte. Mi chiedo come presenterà in
essa il MoNA, che è un’opera in sè.
E poi in un mondo dell’arte freneticamente
alla caccia della novità artificiale e prevista, cos’è vero e cos’è falso,
cos’è vecchio e cos’è nuovo?
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